Metti un tardo pomeriggio, due veri amici di vecchissima data ed un’idea folle come folli siamo noi amanti della vita e della buona tavola. Che ci viene in mente di farci quasi cento chilometri e andare a casa di Luigi Tecce, anima bella e più di noi folle che vive tra vigneti e nettare d’uva, che sa ricostruire la storia del vino come pochi in Italia e produce bottiglie ed etichette a numeri limitati ed iconici: aglianico di Poliphemo, del Satyricon, Puro Sangue e testimone di una cultura millenaria che si mosse e visse grazie all’ultima cena di Cristo. Anima inquieta quella di Luigi Tecce, definito da Paolo Rumiz un patibolare che assassino, però, non è mai stato. Capace di commuoversi al soffio di un ricordo, di quel travaglio da cui tutti veniamo ogni giorno per nascere e rinascere davvero. Un “poeta” del vino, come pure hanno definito Luigi Tecce, del tutto fuori schema, che ama la vita e conosce il gusto dell’accoglienza e lo condivide assieme alla moglie, al cane Gino ed altri esseri viventi e liberi della sua dimora che sta nel cuore dell’Irpinia.
di francesco de rosa
Quando arriviamo da Napoli a Paternopoli in provincia di Avellino le strade sono tutte già buie di questa seconda decade d’ottobre che arriva all’imbrunire con repentino cambio d’orizzonte. Questa sera io ed Oscar non cerchiamo cibo. Scommettiamo solo sul viaggio e l’approdo a casa di un folle come noi che è un punto di riferimento nel mondo dell’enologia italiana. Uno che sta fuori da ogni schema. Uno che non ama le forme ma predilige la sostanza delle cose che ci stanno intorno, dentro le pieghe della vita, nel cambio di passo che modifica lo stesso stare al mondo. «Mio nonno Luigi, classe 1902, amava tantissimo il vino bianco dolce, insomma quello lambiccato fatto col cappuccio di canapa. Da piccolo andai in cantina con una tazzina da caffè, la riempii con quel nettare e mi ubriacai per la prima volta. Avevo 4 anni».
Di Luigi Tecce avevo parlato con chef stellati che amano il buon gusto, la purezza dei sapori, la capacità di uno dei produttori più inquieti che non sta in nessuna definizione, che ama la riservatezza ma quando sta a tavola porta il segno di mille convivialità. Si sentono le mille cose che vivono in lui. Amante della letteratura, della storia antica e della saggistica, che quando riesce a sottrarsi alle tante fatiche e alle stagioni del vino ama leggere Flaubert, Herman Hesse, tutto Hemingway, Pavese e Svevo. E pezzi di poesie che porta a tavola assieme al carmasciano che condivide con generosità. “I Fiori del Male” di Rimbaud, Neruda, Pedro Salinas e Charles Bukowsky. Dice che il libro più importante per lui resta sicuramente “Cristo si è Fermato ad Eboli”, ma ama anche “Il Rosso e il Nero” di Stendhal. Di John Fante adora “La Confraternita dell’Uva”, che costituisce per lui il trionfo dell’uomo quotidiano contrapposto all’osannato uomo mito. E confessa che prima di ogni vendemmia legge “Sparta e Atene. Il racconto di una guerra” di Sergio Valzania ma se gli chiedi perché non sa darti una risposta precisa. Perché non tutto nella vita può avere una risposta. Luigi Tecce aveva 11 anni quando suo nonno, stesso nome e stessa inclinazione, se ne è andato ma l’impronta è rimasta. Era un vecchio interessante nonno Luigi. Apparteneva ad una generazione di uomini millenari per il legame che avevano con una grande storia passata, un tempo molto più lungo e profondo di quello che abbiamo vissuto dopo le prime decadi del ‘900.
Luigi Tecce, classe 1971, nonostante il viso che trasuda travagli catartici di meraviglie e sofferenze, si veste di colori ad ogni passo. Quando guida l’auto che ha comprato come si compra un diletto dell’anima, metafora e icona per chi ha vogli di fare viaggi inediti. Sui temi del vino è capace di tenere banco per ore senza mai toccare leziosismi articolati o salti pindarici che fanno perdere il cuore ed il ragionamento. Luigi Tecce è l’antipodo di ogni convenevole forma. «Sappi che non condivido granché le rigide griglie degli abbinamenti, sono più per l’abbinamento anarchico all’inglese: bevi quello che ti piace con quello che ti piace mangiare. Amo decisamente gli abbinamenti storico culturali, questo perché sono loro a raccontarti dei luoghi e della tradizione di mettersi a tavola. Alle volte ci vuole un vino buono senza grande personalità e senza troppe distrazioni per vivere al meglio la convivialità ed il buon mangiare. Se proprio devo darti degli abbinamenti penserei ad un cosciotto di agnello cotto al fieno col Poliphemo, col Puro Sangue un brasato di vacca podolica e col Satirycon una grande lasagna alla napoletana».
Stasera si mangia semplice ma genuino come nello stile di Tecce. Le alici di Cetara sopra del fame, un brindisi iniziale, carne alla pizzaiola dove distingui tutti i sapori e il privilegio del profumo d’origano che lui stesso fa cadere a neve sopra i nostri piatti. La traversata tra alcune bottiglie iconiche è casuale ma piena di sostanza e preziosa. Ogni etichetta la sua storia. Poliphemo che non è a tavola è più anarchico e figlio di viti vecchie ed irrazionali, il Puro Sangue che a metà cena sa prendersi tutti i favori della scena è aristocratico e proviene da una vigna più moderna. A Luigi Tecce viene in mente una frase di Oscar Wilde… «La buona società è una cosa necessaria: farne parte è solo una gran noia, ma esserne fuori è una tragedia”. Pensa di avere la fortuna di provare la libertà indescrivibile che provano i vecchi di 90 anni nel dire ciò che vogliono dall’alto del loro vissuto ma facendolo con la sfrontatezza di un adolescente, senza essere fuori gioco, senza essere per forza oggetto di riverenza e senza nemmeno essere fuori dal tempo».
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L’AZIENDA DI LUIGI TECCE
L’azienda Agricola Luigi Tecce si trova nel comune di Paternopoli, in contrada Trinità, zona della famosa DOCG della Campania “Taurasi”. Luigi, ad oggi quarta generazione di viticoltori, prende le redini nel 1997 e inizia a coltivare poco più di un ettaro. Con il cambio generazionale, cambiano anche le tecniche e la filosofia: primo ad imbottigliare, rinuncia alla chimica e alle macchine mantenendo però la sensibilità dei nonni. Oggi i vecchi vigneti sono frazionati in piccoli appezzamenti di cui il nucleo storico è costituito da piante secolari, allevate maggiormente nella forma tradizionale della raggiera avellinese. Le vigne si estendono per circa 5 ettari, con un’esposizione a sud e ad un’altitudine compresa tra i 500 e 600 metri. Sono banditi diserbanti ed insetticidi. La voglia è quella di assecondare al meglio la natura, ricercando un equilibrio tra le piante, il suolo ed il clima. I trattamenti fitosanitari sono effettuati con Rame e Zolfo, solo quando necessari. Poeta del vino, controcorrente per natura, che trasmette il suo carattere anche nei vini: l’Aglianico “Satyricon”, il Taurasi “Poliphemo” e il “Puro Sangue” Taurasi, sono vini di grande energia, che spiccano nel panorama dei vini dell’Irpinia e racchiudono l’anima letteraria di Luigi.
Di lui hanno scritto: «Chimica, barrique nuove, enologo di grido ed espianto di viti storiche… più o meno questa l’equazione propinata attraverso l’evangelizzazione delle guide fino a ieri l’altro. Poi arriva lui fresco fresco, e come pochi a quei tempi, ha avuto la “presunzione” di appiccicare l’etichetta alla bottiglia che si faceva a casa per autoconsumo senza ricorrere alla consulenza tecnico-scientifica, con apprezzamenti immediati da parte del pubblico di consumatori e della critica, rendendo accattivante e provocatoria la bottiglia semplicemente facendo questo: citare in retro etichetta tutto quello che non si è mai sognato di mettere nel vino, cosa che oggigiorno è diventata più una cosa figa ed una faccenda di marketing che sana e genuina concretezza».
Una biografia abbozzata che lui odia più di ogni altra cosa perché le biografie si fanno sempre gli affari (anche privati) di coloro che raccontano dice che Luigi Tecce, classe del ’71, non crede in Dio ma ad una prima occhiata pare sappia campare molto meglio di chi lo fa e vive i suoi tempi col distacco tipico di chi ha subito il fascino ed il successivo disincanto dai grandi ideali, facendolo da pragmatico e anche con una sottile vena da nostalgico sognatore, ma non ditelo a nessuno sennò finisce che perde la sua aria di strafottente. Dice che dopo il diploma in ragioneria Luigi Tecce si iscrive subito alla facoltà di economia e commercio perché a casa lo volevano dottore commercialista. Ma, «conquistato l’esonero militare, giusto per farvi capire che il tipino in questione già sapeva quel che voleva, abbandona subito l’università ottenendo il suo scopo. Intanto, come molti in quegli anni, vive quel momento storico in cui, dopo tangentopoli, sembrava fosse giunto il tempo per una grande ventata di innovazione e, col ’94, le prime elezioni fondate sull’onestà, assiste invece alla frammentazione del Partito Comunista in tutt’altro e alla deflagrazione degli ideali della gioventù. Il 20 Marzo del ’97, con la morte del papà ha ereditato una fattoria tradizionale, ultimo embrione di una anarchia produttiva; di punto in bianco la responsabilità e la fatica di portare avanti le vacche da latte, i vitelli, gli ulivi, tutta sulle sue spalle e la determinazione amorevole di riqualificare la vigna ereditata e conferire all’inizio il vino alle aziende come ha sempre fatto la sua famiglia, preservandone una quantità per il suo consumo personale, negli anni in cui la critica enogastronomica era univoca semplicemente perché non era critica e non si faceva massa critica; ogni anno però conferiva sempre meno, tenendo sempre più per sé, fino a decidere di diventare produttore nel 2003, anno ufficiale della prima annata».
Il tempo è quasi adatto al congedo di una sera nata per caso. A tavola ricordiamo il legame tra Luigi Tecce e Vinicio Capossela. Il tempo di parlare che il poeta del vino che è con noi chiama al telefono Vito ed Antonietta, i genitori di Vinicio, irpini come lui e grandi amici. D’altronde la musica è un’altra passione di Luigi Tecce. La strada di ritorno si è fatta repentina. Dispiega lungo il suo corso tutte le emozioni che abbiamo raccolto a casa di Luigi Tecce. Anima bella (come la moglie), inquieta e poliedrica che il 22 prossimo di novembre ritroverò a Napoli in Riva Cafè di Oscar Leonessa per “Cose da pazzi tra pecore e lupi” Poi magari lo ritroverò in altra occasione perduto e ritrovato in mezzo ad una vigna di cui racconterò puntuale meraviglia.
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